Antonio
Dal Masetto

Recensioni

e Materiali

 

Articolo di Miguel Grinberg su Revista Bardo:

http://revistabardo.com/nueva-solidaridad-ensayo/

Antonio Dal Masetto

 

da "Voce argentina. Racconti per capire magia e follia", di Ruben H. Oliva, Diario, 22 ottobre 2004

[...] Dal Masetto, sul quotidiano di Buenos Aires Página 12, insieme a Osvaldo Soriano, altro grande della letteratura argentina, ha saputo realizzare cronache indimenticabili su come cambiava il Paese sotto il peso delle privatizzazioni selvagge. Soriano e Dal Masetto sono stati una spina nel fianco dei neo liberisti. Avvertivano del disastro a cui si andava incontro. Mentre Soriano riusciva a usare un umore caustico, Dal Masetto iniziava le sue cronache sempre allo stesso modo: «L'uomo ha detto». Per Dal Masetto, i corrotti e i traditori erano diventati un fatto personale. Negli anni Ottanta chiesi a Soriano, chi fosse secondo lui il migliore scrittore contemporaneo argentino. Eravamo al caffè Tortoni l'antico ritrovo di poeti e scrittori di Baires. Soriano non dubitò nel rispondere: «Dal Masetto è il migliore, anche se ancora non è stato scoperto dal grosso pubblico». Un giorno finalmente Soriano me lo presentò. Mi trovai di fronte un uomo di mezza età che non amava parlare troppo. Era vestito male e aveva un viso che ricordava lontanamente quello di un ex pugile. Sembrava un duro. Poi Soriano iniziò a scherzare e Dal Masetto si sentì a suo agio e iniziò a parlare. Era fantastico stare ad ascoltarli. Appartenevano alla generazione dei sopravvissuti all'olocausto dei desaparecidos. Oggi Soriano non c'è più e si sente. Dal Masetto per fortuna continua a scrivere e con E' sempre difficile tornare a casa racconta storie semplici, che aiutano a capire la follia e la magia dell'Argentina nascosta.

 

da "Caccia al ladro, dagli Appennini alla pampa" di Cristina Taglietti, Corriere della Sera, 14 luglio 2004

"Intorno a questa idea, per anni, ho scritto su pezzetti di carta volanti idee, particolari, personaggi. Mettevo tutto in un cassetto che un giorno ho rovesciato sul tavolo. Mi sono detto: un libro deve avere tre parti, un inizio, un centro e una fine. Ho separato tutti i foglietti in base a questo criterio. Ho fatto tre mucchi e ho buttato i fogli in scatole da scarpe. Ho preso la prima scatola, l'ho rovesciata sul tavolo e l'ho divisa in tre parti. E ho continuato così. A quel punto il romanzo si è scritto praticamente da sé".
"E' un romanzo che non avrei mai scritto se non fossi effettivamente stato in un luogo come quello - dice Dal Masetto -. Il fatto è che in una metropoli la violenza è considerata un fatto normale, quotidiano. In provincia è nascosta, prende la forma del pettegolezzo, dell'ipocrisia, dello scherzo cattivo. Bosque è in realtà Salto, il paese nella pampa argentina dove approdammo quando, con la mia famiglia, arrivammo dall'Italia e dove tuttora vivono mia madre e mia sorella. Nel libro c'è un matto, a cui fanno uno scherzo molto crudele: gli organizzano un finto matrimonio con una bella ragazza che poi, la mattina dopo, sparisce. A Salto lo fecero veramente, al "loco Pedro", lo scemo del villaggio." Deve essere difficile tornarci, dopo averne fatto un simile ritratto. "No, in realtà non se la sono presa troppo. A Salto è stato anche girato il film tratto dal libro, andato malissimo a dire il vero. Comunque hanno avuto il loro momento di popolarità. Come si dice, bene o male purché se ne parli..."

 

da "Prigionieri in una bottiglia", di Benedetta Centovalli, Stilos, 17 agosto 2004

[...] Laura Pariani mi dice che uno scrittore lavora sempre partendo da un luogo. E Dal Masetto, che scrive - insiste Laura - spinto dal demone della fuga, di luoghi d'elezione ne ha più d'uno. Il primo è il luogo di origine, dell'infanzia, quello della memoria e dell'abbandono, l'Italia di Verbania (Oscuramente fuerte es la vida, 1990, Omicron, 1995), la ferita chenon potrà essere cancellata pena la più cocente delusione (La tierra incomparable, 1994), oppure ritrovato, sì, ma solo nella trama dei ricordi, come i romanzi di Salgari portati in America, che poi serviranno a scegliere la copertina di un libro di Soriano, il grande amico della maturità, recluso in una clinica della capitale.
Poi c'è Salto-Bosque, la terra argentina, con le stesse caratteristiche di quella italiana lasciata alle spalle, come se in realtà non si uscisse mai da nessun luogo. Bosque, ma "Perché lo avranno chiamato così? Non c'è neanche l'ombra di un boschetto nei dintorni", è la cittadina protagonista di E' sempre difficile tornare a casa, dove quattro disgraziati - Dante Jorge Ramiro e Cucurucho - in una Peugeot nera decidono una rapina e si ritrovano catturati e massacrati dall'intero paese, come mosche in un fiasco di vetro, prigionieri di una bottiglia. Bosque-la trappola si presenta con la faccia normale del giorno di festa, divisa tra patriottismo sciorinato in amore speranza anima cuore insieme alla celebrazione del santo patrono, e l'orribile beffa del matrimonio di Pedro il balordo. Ce n'è abbastanza per andare avanti e giocare la partita del thriller che finisce in tragedia nell'arco di poco più di ventiquattr'ore. Una caccia spietata dai risvolti tragicomici, un intero paese, sguinzagliato a stanare le prede, "a stancarli come si fa con una bestia o una trota in fondo alla lenza", regola così i propri conti e scopre la propria violenza e ipocrisia a danno dei quattro malcapitati. [...]
"Il terzo luogo dell'anima per Dal Masetto è Buenos Aires e in particolare il Bajo, il quartiere che va dalla confluenza della pedonale Florida in Plaza San Martín fino al porto. Luogo di boliches affollati di marinai e prostitute, ma che a una certa ora della notte si convertono in cantucci tranquilli per le fantasie e i bilanci del giorno appena finito o di tutta la vita. Gente del Bajo (1995) ricorda l'atmosfera degli anni Sessanta, quando le navi ancora partivano e a una cert'ora della notte i baretti di quartiere erano un'arca di Noè dal multiforme carico umano".


su E' sempre difficile tornare a casa

da "Tra rapine e beffe l'Argentina svitata di Dal Masetto", di Angela Bianchini, Tuttolibri, 7 agosto 2004

[...] C'è di tutto e tutto è assurdo nel paese che Ramiro, verso la fine, osserva dal campanile dove è asserragliato, scoprendo allora, "con ironia, con un leggero stupore che tutta la scena emanava una sconcertante bellezza". E' una bellezza che, pur non liberandolo dalla convinzione di essere prossimo a morire, gli fa dono del senso dell'altezza, della doppia prospettiva con la quale contemplare la vita e la morte.
Proprio nella doppia visione, la visione di sotto e l'altra di sopra, quella dei rapinatori e l'altra del paese, sta la forza di questo bellissimo romanzo dove, in forma singolare, tra ironia e movimentismo quasi cinematografico, miscelando abilmente paure e erotismo, ci viene offerta una metafora della vita o, almeno, di un certo tipo di esistenza umana [...].

 

Sergio Buonadonna, Il Secolo XIX, 21 agosto 2004

Dall'Argentina che tanto ama e indaga, Laura Pariani ha portato di recente questo curioso romanzo di Dal Masetto (nato in Italia nel 1938, ma in Argentina dal 1950). Storia di rapine, di beffe, di criminali per modo di dire. Più svitati che rapinatori i protagonisti - tra una fuga e l'altra dai colpi in banca falliti - sono capaci di guardare la "sconcertante bellezza" di un improvviso panorama e di cedere alle tentazioni più gioiose della vita e dell'amore. Un romanzo bello e divertente, capace di guardare anche alle molte paure che attraversano l'Argentina d'oggi.

 

da "America latina, il realismo audace si tinge di noir", di Francesca Lazzarato, Il Manifesto, 18 settembre 2004

[...] La rapina fallita equivale allora al gesto che, rivoltando un sasso, svela un insospettato brulicare di insetti: perché il segreto genius loci di Bosque è l'incontenibile ferocia della piccola borghesia benpensante, pronta a consumare un sacrificio umano che cancelli la perturbante alterità dei criminali venuti da fuori, dal mondo grande che esiste oltre il cerchio delle piccole abitudini e degli interessi paesani.
Il libro corale fatto dell'intreccio di mille personaggi e destini, a ciascuno dei quali l'autore sa dare una voce riconoscibile, E' sempre difficile tornare a casa ha come unico vero protagonista il paese stesso (al quale nel 2001 Dal Masetto ha dedicato un romanzo intitolato per l'appunto Bosque, altrettanto interessante e ancor più desolato), in apparenza così remoto eppure, ha ragione Laura Pariani, idealmente collocato "a poca distanza dal nostro 'profondo nord'".

 

da "Due storie di provincia. La fallibilità delle apparenze", di Vittoria Martinetto, L'Indice, febbraio 2005

[...] La tecnica per restituire tutto questo al lettore sembra attingere alla scrittura per il cinema, e bastano poche pagine di questo romanzo per "vederlo" tradotto su uno schermo (cosa che del resto è stata fatta). Con lo stile asciutto di una sceneggiatura, si alternano, infatti, le sintetiche descrizioni dell'amniente, dei personaggi di contorno e dei dialoghi, ma a sospendere per qualche istante la fuga in avanti degli avvenimenti in una sorta di rallenti si inseriscono le riflessioni fuori campo dei quattro protagonisti in netto contrasto con i gesti di cui sembrano più che mai attori per caso. Tuttavia il romanzo non è soltanto un apologo sulla fallibilità delle apparenze, ma forse anche una metafora - e una denuncia - della complicità di parte del popolo argentino alla violenza e al terrore perpetrati dalla dittatura militare nel corso degli anni settanta. Non a caso, la peculiarità della caccia all'uomo messa in scena sullo sfondo di Bosque in seguito alla rapina, è che tutti gli abitanti del paese, malgrado la loro apparente bonomia, sembrano parteciparvi con particolare ferocia, approfittandone, mentre ci sono, per avvantaggiarsi, per sfogare frustrazioni personali o per risolvere torbide situazioni che covavano ipocritamente sotto la facciata.
Giustizieri o complici, il ruolo e la vera storia degli altri, ovvero dei cittadini di Bosque, emerge chiaramente solo nel romanzo successivo, Bosque. Qui assume centralità il tema delle false apparenze e di come la monotonia della provincia e il carattere innocuo dei suoi cittadini celino realtà ben più criminose di una rapina mal riuscita. Il lettore vi ritrova gli stessi personaggi a un anno e mezzo dall'accaduto. Solo che questa volta non sono più gli anonimi persecutori raccontati dal punto di vista dei fuggiaschi, ma assumono nomi e cognomi e svelano trascorsi che completano aspetti rimasti latenti nel primo romanzo, fornendo quel rovescio cui nessuna verità si sottrae a seconda di dove la si guarda. Qui il punto di vista e quello di Mudo, una sorta di investigatore privato che ha deciso di ripercorrere le tracce di uno dei protagonisti della rapina, colpevole, prima di questo crimine, di avergli rubato la moglie. Per poter ricostruire le ultime ore del suo antagonista, quasi a soddisfare una morbosa e indefinita vendetta, Mudo arriva a Bosque spacciandosi per sceneggiatore cinematografico interessato alla storia della rapina.
Lo specchietto per le allodole del cinema e l'illusione di potervi partecipare come attori, apre a Mudo tutte le porte, scioglie le lingue, invita a confessioni, ma da burattinaio di questo gioco di rivelazioni, finisce per venire coinvolto lui stesso come testimone di fatti che trascendono il motivo per cui si era spinto sulle orme della vecchia rapina. Per fortuna, a differenza dei quattro delinquenti da strapazzo che non erano mai riusciti ad abbandonare la scena di Bosque, Mudo ne uscirà con uno straordinario coup de théatre. Per apprezzare la scrittura e l'inventiva di Dal Masetto si consiglia quindi la lettura in sequenza di entrambi i romanzi, non solo per godere della loro perfetta specularità, ma anche in quanto magistrale lezione sull'uso del prospettivismo in narrativa.

 

da "Su una Peugeot nera in un infernale pomeriggio argentino", di Flavio Soriga, La Nuova Sardegna, 31 gennaio 2005

[...] Tutti siamo stati a Bosque, almeno una volta, anche se non abbiamo mai messo piede in Argentina. Bosque è il trionfo della meschinità segreta della maggioranza (la vita sessuale dei suoi buoni paesani nasconderà più di una sorpresa ai quattro rapinatori, dalle mantenute che aspettano una fuga impossibile alle ziette profittatrici di giovanissimi nipoti), Bosque è la cattiveria sadica della maggioranza, l'imbarbarimento di una piccola comunità che ha finalmente un Cattivo da braccare e giustiziare. Risuonano numerosi echi cinematografici, nella narrazione veloce e asciutta di Dal Masetto, nella sua ironia sottile, nel ritmo perfetto del racconto. Un grande romanzo d'azione, che racconta di cattiverie e pochezze, che rende con eleganza anche le scene più sensuali o violente. Un romanzo che Osvaldo Soriano citava tra i suoi preferiti, e non si fa fatica a crederci, e a dargli ragione.


su Bosque

Rubén H. Ríos, Radar Libros, 1º de agosto de 2001

“Bosque –el pueblo– aparece por primera vez en la obra de Dal Masetto en ‘Siempre es difícil volver a casa' (1992) y ahora retorna con creces. Con la fuerza de una poderosa metáfora de lo inhumano. Muto –el protagonista– será quien logre ver de frente ese terrible sol, esa luz brutal de la ferocidad. En Bosque, la niebla y la noche no ocultan, revelan. En el día, bajo la luz del día bañando pálidamente los árboles sin hojas, las calles frías y desoladas, todo se muestra sereno y metálico como una coraza. Los bares, la plaza, el único hotel, el club, las casas bajas, los pocos autos, están comprimidos a una dimensión plana y uniforme en donde los habitantes se deslizan anodinos y simples. No hay cielo o viento sino sólo cierta luz gélida sin profundidad ni espesura. Nada de esto coincide (o sí, pero tardaremos en percibirlo) con la muchedumbre frenética que, un año y medio antes del arribo de Muto, ultima cruelmente a una banda de ladrones que ha intentado robar el banco del pueblo. (...) Con esta novela de Dal Masetto se vislumbra el umbral de lo que ya no sería humano. Lo inhumano o lo infrahumano. Solamente se vislumbra, como un fuego arrasadorque se alimenta a sí mismo, la posibilidad de la devaluación interminable de la vida humana. Y a la vez también, en Muto, la posibilidad de la última reivindicación”.

 

 


su Sacrificios en días santos

Silvina Friera, Página 12, 6 de junio de 2008

El infierno de pueblo chico

El escritor señala que la relación zoofílica del carpintero podría pasar como mera anécdota: es la intervención de una anciana obsesionada con la moral lo que desencadena una serie de eventos en los que mucho tiene que ver la miseria humana.

Tenía ganas de volver al pueblo, cuenta Antonio Dal Masetto, sin asomo de nostalgia, en su austero departamento del barrio de Recoleta. No quería regresar a Intra, en la zona alpina del norte de Italia donde nació en 1938, ni a Salto, en el norte de la provincia de Buenos Aires, donde se radicó con su familia cuando llegó a la Argentina. El pueblo imaginario al que volvió literariamente, por tercera vez, es Bosque, un lugar manso, chato y previsible donde puede ocurrir un desastre, si salta la chispa y las autoridades no advierten el peligro o se quedan dormidas. Y la chispa salta en su nueva novela Sacrificios en días santos (Sudamericana), que comienza con una escena pequeña, íntima, amplificada y distorsionada por la mirada de los otros. Las alumnas de un colegio de monjas ven, desde el ventanal de la escuela, a un carpintero que mantiene relaciones sexuales con su oveja (en el devenir de la historia-escándalo que se desatará, se sabrá que en realidad es un macho: “No es una oveja, es un ovejo”, titula uno de los diarios locales al mejor estilo Crónica). Si todo hubiera quedado acotado a la mirada de las jóvenes, quizá no hubiera explotado la cloaca de ese micromundo de hipocresías y rivalidades encubiertas tras la fachada de la amabilidad y la aparente solidaridad pueblerinas. Pero una de las monjas, también testigo del “acto carnal”, le informa a la Madre Superiora, quien después de muchas volteretas mentales sobre cómo manejar la situación, decide convocar a una escribana para que les comunique a las madres lo que sucedió. A esa reunión asistirá Faustina, una octogenaria de aspecto frágil pero de temperamento fuerte, disponible para iniciar o encabezar cualquier movimiento de adhesión o de protesta, “una Juana de Arco de la ancianidad”. Bajo la bandera de la moralidad y atizando el morbo y los prejuicios, la anciana conseguirá sumar gente a su cruzada “por la verdad, la defensa de las tradiciones nobles, las buenas costumbres, el repudio de las injusticias y las indecencias”.
Todo lo que irá sucediendo en la novela confirmará el dicho “pueblo chico, infierno grande”. Las marchas a la casa del carpintero se transformarán en un campo de batalla donde se dirimen las pasiones futbolísticas entre las dos hinchadas principales –Nuevo Mundo y Deportivo del Oeste–, el “prestigio” del cura del pueblo, al que le gustan los muchachitos, la supervivencia del intendente, cuestionado por su ineptitud para “controlar el desorden y la violencia”, y del comisario, atado a la suerte del intendente por negocios en común. Pero en Bosque, localidad imaginaria fundada por Dal Masetto en Siempre es difícil volver a casa (1985) y revisitada en la homónima Bosque (2001), dividida geográfica y socialmente por la vía del tren, los adolescentes son convidados de piedra del conflicto. Mientras unos encienden la mecha y echan más leña al fuego, a otros se les despiertan las hormonas. Enlazada con la historia del carpintero y la oveja aparece Lucrecia, una de las “niñas bien” del pueblo, que quiere debutar sexualmente con Manuel, que vive “del otro lado de la vía”.
“A esta altura, me resulta bastante cómodo manejarme con personajes de pueblo. Los veo siempre moviéndose arriba de un escenario, cada uno cumpliendo un rol bien definido como en la comedia del arte”, admite Dal Masetto en la entrevista con PáginaI12. “Es una comodidad geográfica, porque conozco los pueblos y porque me resulta más fácil para cualquier tipo de historia que se me ocurre –no todas, algunas– ubicarla en ese ambiente limitado, que de alguna manera es representativo de lugares más amplios. Lo que ocurre en un pueblo no es diferente de lo que sucede en una ciudad o en un país. Las pasiones, las bajezas, las hipocresías, todo eso es exactamente lo mismo. Pero tal vez en un pueblo son más visibles, adquieren una relevancia inmediata y no se diluyen como en las ciudades”, compara el escritor.

–Las manifestaciones que organiza Faustina suceden de uno de los lados de la vía, donde vive la clase media. Del otro lado de la vía no parecen interesarse por la historia del carpintero y la oveja.

–No, tampoco cuento demasiado del otro lado, pero daría la impresión de que viven en otra realidad. La gente se involucra en las marchas por el afán de mezclarse, de llenar el tiempo, porque hay mucho de aburrimiento, de no saber qué hacer con sus vidas, de no tener objetivos, salvo la repetición diaria de la misma rutina. La gente interviene porque siente cierto estímulo en poder sacrificar a alguien, es una de las maneras de sentir que la sangre corre más rápido por sus venas. Esto lo he visto en los pueblos: de pronto si pueden descargar su furia o todo lo que tienen almacenado en el fondo de sus corazones y sus almitas, rápidamente le dan salida, sobre todo si es una manifestación colectiva. Todos liberan su cuota de crueldad y sadismo, de manera que el pueblo se convierte en una suerte de Fuenteovejuna, pero al revés.

–La novela transcurre en Semana Santa y el final de la historia es una representación de la última cena, pero sin apóstoles. ¿Por qué hay tanta simbología religiosa?

–Me pareció que era interesante utilizar los símbolos, pensé que valía la pena y que le daba cierta riqueza a la historia. La actitud del carpintero es una especie de acto de amor y de canibalismo; termina devorándose a la oveja y muriendo en consecuencia por el exceso. Pensaba en esa mesa que él prepara con tanto cuidado, el mantel blanco, la jarra de vino, la manera misma en que come, esa actitud ceremonial. Alguien escribió que toda la novela era una gran misa pascual pagana, y me pareció que es una observación válida. Creo que el carpintero estaba condenado porque es difícil detener una avalancha cuando empezó a rodar. De todos modos hubiese ocurrido algo catastrófico, porque de una manera u otra ya había demasiado alimento para esas oscuras necesidades que se movían en el conjunto de esta pequeña sociedad. Por eso, volviendo a los simbolismos, todo se aplaca cuando la historia se termina y la última palabra de la novela es “purificado”, como cuando una va a misa y toma la comunión.

–¿Por qué no le dio voz al carpintero?

–Simplemente porque salió así, no se me ocurrió hacerlo hablar. Si en algún momento pensé en darle algún protagonismo, que interviniera en alguna charla o monólogo, me pareció que era empobrecerlo, en el sentido de que le quitaba la posibilidad de que fuera una figura absolutamente disponible para la creación del lector, que no tuviera ningún rasgo personal, salvo lo que se ve. Y todo se ve desde afuera, desde esa pequeña escena del comienzo hasta la gran escena final.
Dal Masetto recuerda que en Siempre es difícil volver a casa, la primera de sus novelas que transcurre en Bosque, había un artesano que trabajaba la madera, y se insinuaba que tenía una relación con su oveja. “Ahora que lo pienso, el puntapié inicial de esa imagen entre el carpintero y la oveja tiene que haber arrancado de ahí”, reconoce el escritor. “Viví en un pueblo entre los 12 y los 18 años, una edad clave para mamar y conocer el mundo. Además, era un mundo absolutamente nuevo para mí porque yo venía de otro continente y de otro idioma. Todo fue descubrimiento, asombro, y una tensión extrema... Si me hubiera criado desde el nacimiento en ese pueblo, no hubiera tenido mucho para descubrir. Justamente a la edad en que uno está abierto, con todas las antenas paradas, me encontré frente a esa posibilidad de descubrir, por lo tanto esa decantación con el tiempo dio como resultado imágenes y personajes que fueron apareciendo en mi literatura”, señala Dal Masetto. “Cuando uno escribe varias novelas, en realidad está escribiendo una larga autobiografía, por supuesto disfrazada de muchas cosas, pero hay una enorme cantidad de elementos autobiográficos, no puestos voluntariamente, pero que necesariamente aparecen. Esas niñas de clase media eran las chicas imposibles para mí cuando tenía 13 o 14 años, porque yo sentía que pertenecía a una clase que estaba un escalón por debajo y no tenía acceso a ellas”, explica el escritor. “Yo era un inmigrante que no sabía hablar, que estaba tratando de aprender el castellano, que andaba pedaleando en una bicicleta repartiendo carne por el pueblo, y estas niñas de delantal blanco eran el ideal de las mujeres inaccesibles.”

–O sea que el personaje de Manuel tiene muchas cosas de usted.

–Y sí, se parece a mí en el sentido del deseo. Eran todas reinas las que estaban del otro lado de la vía, eran las hijas del doctor, por llamarlo de alguna manera.

–En el campo, en los pueblos, es bastante común la relación entre los animales y los hombres. ¿Por qué en la novela genera tanto escándalo?

–Todo hubiese pasado desapercibido, hubiese muerto después de esa charla de la escribana porque finalmente las madres lo hubieran solucionado hablando con sus hijas sobre lo que habían visto. Pero había alguien empecinado en una campaña redentora y acusadora. Faustina encuentra un terreno fértil, va arrastrando gente y poco a poco genera ruido. Pero no me parece que sea motivo de escándalo la relación de un hombre con una oveja. En cualquier pueblo sería más bien una cuestión folclórica que llegaría hasta una burla, y no pasaría de ahí.

 

 
 

 
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