Roberto Raschella

L'intervista

Dalla madre Roberto Raschella ha ascoltato le prime storie su un posto favoloso e lontano chiamato Mammola, in Calabria; su un paese costruito in cima al colle, lontano dalla costa, per timore dei saraceni: brutti ceffi, questi ultimi, gente che non voleva lavarsi i piedi, non recitava la passione di cristo e non rispettava le donne. Calabria decantata dal ricordo, dove il paesaggio di montagna si confonde col tempo. Paese di parentele asfissianti che si perpetuano nei nomi familiari, come racconta una vecchia della sua famiglia nel romanzo Si hubiéramos vivido aquí : «Sì, mi chiamo Rosa. Non lo sapevi? E Rosa si chiamava mia madre, e era Rosa la madre di mia madre e la sposa di Antonio. E se mi lasci il tempo di ricordare, Rosa era il secondo nome della madre delle tue cugine... mortà di tristissima infermità... E ci furono altre rose madri e figlie, sorelle e nonne ciascuna a suo tempo... Molte, molte rose ci sono in questi luoghi... tutte rose morte, e qualcuna un po' sfiorita come vedi...»

Dal padre – Nicodemo, come il santo patrono del paese natale - gli sono venute invece storie di più ampio dolore: la tragedia sanguinosa della prima guerra mondiale combattuta in trincea, la fondazione della prima sezione del partito comunista di Mammola, la prepotenza dei fascisti.

«Io sono nato qui a Buenos Aires nel 1930» dice Roberto, «dopo che i miei si erano trasferiti qui in Argentina. Gli anni Trenta, lo saprai, furono la cosiddetta “decade infame”: dittatura di Uriburu dal 30 al 32, e poi un governo conservatore e fraudolento dal 32 al 38; con il crescere, all'interno dell'esercito, di una fortissima simpatia verso il fascismo e il nazismo. Anni di forte repressione politica: si crea una sezione speciale per debellare il comunismo. Il fondatore è niente meno che il figlio di Leopoldo Lugones, il poeta. Di fronte all'ospedale di Ramos Mejía, c'era la 6° Comisaría e lì si torturava... Puoi immaginarti che clima per la gente che aveva certe idee politiche come mio padre.»

Nicodemo era sarto, lavorava in casa. Questo lo so perché ho letto Dialogos en los patios rojos , che Roberto ha pubblicato nel 1994, ricordando la sua infanzia nel vecchio quartiere di Boedo. «Guarda, sempre mi sono detto che qualcuno dovrebbe fare un film su quegli anni, se non fosse per l'età e perché i tempi sono così cambiati, mi ci metterei io...» racconta Roberto, seduto davanti a me, a un tavolino del caffè dell' editorial Losada in avenida Corrientes. «Un film su una domenica pomeriggio degli anni Trenta a Boedo; in uno di quei conventillos cadenti dove vivevano i tanos , gli italiani: con le stanze che davano sul patio rosso di mattoni. Come passavano il tempo? Lavorare, non lavoravano, perché era festa. Parlavano, pensavano ricordavano? Che facevano?...» Già, il quartiere del no-pasa-nada , con lo scuro almacén dell' esquina chiuso, la miseria nascosta sotto la giacchetta della festa. Le ore interminabili a parlare del paese abbandonato in Italia, a rievocare sottovoce la lingua materna con una sfilza di imprecazioni, in un vero inferno di vocabolario: “Mu ti escano le gudeia”, “Mu n'dai nu picciu”, “Mu ti darrupi”, “Mu ti mangi la lengua la seminara”, “Mu sii fetento”... E intanto Roberto ascoltava. Il conventillo maestro di lingua e di idee.

«Buenos Aires allora era molto diversa da adesso, forse Montevideo attuale dà l'idea di come fosse la capitale argentina in quegli anni. Una città dove l'agente di polizia poteva anche essere un personaggio pittoresco da sainete , amicone di tutti: la gente ci beveva il mate insieme, me lo ricordo... Il movimento sindacale era diffuso tra gli operai dell'edilizia, quelli che lavoravano la carne nei frigoríficos , e poi i piccoli artigiani. E tra i lavoratori si discuteva molto della situazione mondiale. Mi ricordo che avevo sette anni, “i fascisti sono entrati a Madrid” titolavano i giornali. “El mundo es abierto en dos , spaccato in due” sentivo commentare. E io non mi posso dimenticare mio papà che mi porta a una grande manifestazione di appoggio alla repubblica spagnola; c'era un fantoccio vestito da Hiler che penzolava da un tetto... Durante la guerra si preparavano pacchi da mandare in Europa: raccolte di soldi, di vestiti. Ci si sentiva molto coinvolti. Poi, con l'avvento del peronismo, questo non fu più possibile: il paese fece un deciso ripiegamento su se stesso; come a dire, non ci interessa il mondo esterno, l'Argentina è altra cosa, che gli altri si ammazzino pure, che l'Europa si scanni, a noi non interessa...»

Sorride con un certo pudore dietro le lenti spesse e chiede un altro caffè. Il pomeriggio nel bar si è fatto infinito. «Te l'ho detto, no? che mio papà fondò il partito comunista al suo paese in Calabria. Quando andai in Italia a vedere il paese da cui era partito, compaesani e parenti mi ripetevano: “Tuo padre era una bella testa. Se fosse vissuto qui, sarebbe diventato un pezzo grosso del partito.” Perché la politica era la sua anima. Pensa che in uno dei baule che stavano a casa nostra – e che poi in un momento di paura, durante una fase di forti repressioni poliziesche, sparì dalla circolazione – teneva fotografie di Antonio Gramsci, di Mauro Scoccimarro, dei fratelli Rosselli... Ti racconto un episodio perché tu capisca che tipo d'uomo era. Mia sorella aveva diciannove anni e lavorava dai Kleimann, un grande stabilimento tessile con manodopera quasi tutta femminile. C'era un tipo del partito che si rese conto dell'attivismo di questa ragazza, che spesso prendeva le difese delle lavoratrici che subivano soprusi. Per cui quel tipo la voleva affigliare a ogni costo, farle la tessera; ma mia sorella nicchiava. Allora, un pomeriggio, suona il campanello di casa; mio padre stava cucendo. Era quel tale. David si chiamava, David Davidoski: l'ho conosciuto, perché anch'io ho lavorato per un po' di tempo in quella fabbrica. Bueno, entra e in quattro e quattr'otto spiega a mio papà: “Don Nicodemo, mi piacerebbe che sua figlia... sa, è importante... la tessera e blablìn e blablàn...” Mio papà aveva quest'abitudine di non interrompere mai il lavoro per nessun motivo; perciò non lo guarda in faccia, continua a cucire e alla fine gli risponde: “L'importante è che decida lei. E' lei che è padrona della sua vita”. Questo per dirti che tipo di comunista era.»

Sorrido, penso a certe idee di mio nonno anarchico che senz'altro don Nicodemo avrebbe condiviso; ai tempi in cui i comunisti si sentivano profeti. “Però la caserma è più potente dell'utopia, e se l'utopia diventa potere, si trasforma in caserma. Il mondo intero è caserma, figlio mio”, mi sembra di sentire la voce del vecchio sarto rimbalzare sul rosso di quel patio degli anni Trenta o Quaranta.

«Mai sono stato peronista, ma bisogna riconoscere che, quando il peronismo si affermò, cambiarono parecchie cose» dice Roberto. «Di certo la sinistra di quegli anni ebbe molte colpe, nel non capire il fenomeno nuovo delle migrazioni interne che stavano avvenendo. Perché Buenos Aires si stava riempiendo di gente che veniva disperata dal campo : senza lavoro, senza istruzione... Pensa che durante il primo governo di Perón si fondò la Universidad Tecnologica Nacional: una carriera intermedia, dove si formarono generazioni di tecnici, periti. Così poté nascere l'industria argentina. Perché, prima di Perón, tutto veniva importato: per esempio, mi ricordo che, quand'ero bambino, il vino veniva in barili dall'Italia; anche l'olio, di marca Boccanegra; e le tele su cui lavorava mio padre erano inglesi... Tra l'altro, non bisogna dimenticare che è sì vero che il socialismo chiedeva da anni le otto ore e le ferie, ma niente mai si era mosso. Ti faccio un altro esempio... Nello stabilimento Kleimann, di cui ti parlavo prima, io ci lavorai un'estate. Faceva un caldo allucinante, come adesso; c'era una serpentina in cui correva acqua fresca, le donne che avevano sete avrebbero tanto desiderato il piccolo sollievo di una bevuta, ma non potevano. Perché c'era un capataz , un tipo orribile legato alla mafia rosarina – lo seppi solo in seguito, che era sposato con la figlia di Ciccio il Grande – che imponeva norme di una severità tremenda. Finché uno degli operai esasperato non lo assalì con un paio di forbici in mano... Ecco, con Perón molte cose cambiarono. Sicuramente la situazione economica degli operai migliorò, anche se non quella politica... Ma forse questo è eredità della nascita della nazione argentina, del sangue da cui è segnata... Ché hai mai letto il racconto El Matadero di Echevarría?... No? Leggilo e capirai. Lo sai perché la Casa Rosada si chiama così? perché, quando fu edificata, nella pittura bianca che usarono per tinteggiare la facciata aggiunsero il sangue degli animali ammazzati nei macelli lungo il Riachuelo. Il sangue era il colorante più a buon mercato. Credo non ci sia nessun altro paese in cui la città sul nascere venne dipinta col sangue»

Sangue... Ho visto le foto dei frigoríficos: montagne repellenti di coaguli, pavimenti coperti di ripugnanti montagne di visceri, ammassi di carcasse spolpate ai margini del río, in piena luce; una specie di Guernica: orbite vuote, denti enormi in mandibole ossute, sporcizia repellente.

Roberto si pulisce gli occhiali con gesti di lenta stanchezza. Non oso chiedergli se suo padre gli somigliava. Mi pare di vedere il vecchio Nicodemo abbandonare il tavolo dove è posato un vestito non terminato: non c'è più luce sufficiente per continuare. Si stira la schiena stanca; pensa alla sua vita – carcere, solitudine, sradicamento, fatica – mentre si affaccia sul patio rosso, infiammato da un tramonto color sangue... Sangue mai secco.

da Laura Pariani, Il Paese dei sogni perduti. Anni e storie argentine, Ed. Effigie 2004.

 

 

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